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04/02/12

u cannolu ccà ricotta

u cannolu ccà ricotta

Portata: Dessert
u cannolu ccà ricotta

Occasione: Carnevale

Origine: Sicilia

Difficoltà: Media

Collezione: Ricette da leggere

Nota:
  • I cannoli, tipici dolci siciliani del periodo invernale, un tempo venivano preparati solo in occasione del carnevale.
Ingredienti per 6-8 cannili

Per i cannoli:
  • 450 g di farina
  • 3 cucchiai rasi cacao in polvere
  • 3 cucchiai rasi burro a temperatura ambiente
  • 3 cucchiai di Marsala
  • 3 uovo
  • 600 gr di zucchero
per il ripieno:
  • 350 gr zucchero a velo
  • 700 gr ricotta
  • frutta candita q.b.
  • cioccolato fondente [a dadini] q.b.
u cannolu ccà ricotta

Preparazione:
  1. Preparate i cannoli impastando bene tutti gli ingredienti in modo da ottenere un impasto omogeneo che farete riposare un'ora avvolto in pellicola trasparente.
  2. Spianate poi la pasta in modo da ottenere una sfoglia non troppo sottile da cui ritaglierete dei quadrati di 10 cm di lato.
  3. Arrotolateli ora diagonalmente sugli appositi cannoli in metallo fissando gli angoli col bianco d'uovo e pressandoli bene. Friggeteli in olio abbondante, ben caldo e, appena i cannoli saranno dorati, scolateli, fateli asciugare e rafreddare, prima di staccarli con molta cura dai tubi . Preparate ora la farcia passando al setaccio la ricotta freschissima, mescolandoci poi col cucchiaio di legno 130 g di zucchero al velo.
  4. Lavorate bene l'impasto fino ad ottenere una crema soffice a cui aggiungerete i pezzetti di cioccolato e dadini di frutta candita e fate riposare in frigorifero per qualche ora. 
  5. Farcite i vostri cannoli con questo ripieno di ricotta e spolverizzateli con lo zucchero a velo avanzato.
  6. Potete preparare sia i cannoli che il ripieno con 2 o 3 giorni di anticipo. La ricotta la conservate in frigorifero mentre i cannoli in una scatola di metallo. È basilare riempirli all'ultimo minuto altrimenti perdono la loro croccantezza.
Nota:
  • Ecco un classico della pasticceria siciliana: u cannolu ccà ricotta.
  • Originariamente nato come dolce di Carnevale oggi viene preparato tutto l'anno, anche se durante il periodo estivo di solito alla ricotta si preferiscono le creme [a causa del caldo la ricotta va facilmente a male se non viene consumata freschissima].
Nota:
  • Considerato il re dei dolci in Sicilia, un tempo il cannolo siciliano era degustato solo nel periodo di carnevale proprio perché sembra essere nato per scherzo in un dimenticato monastero e successivamente prodotto dalle pasticcerie locali in ogni periodo dell’anno.
  • La leggenda narra che il termine “cannolo” prenda il suo nome dalla parola volgare “canna”, ossia “rubinetto” in siciliano: un motteggio carnevalesco del tempo faceva uscire dal rubinetto crema di ricotta al posto dell’acqua.
  • Da qui deriva lo scherzo carnevalesco e l’impiego in quel periodo.
  • In alcune parti della Sicilia, grandi e piccini, confezionavano un cannolo dove alle estremità mettevano la crema di ricotta, mentre all’interno sistemavano un batuffolo di cotone. La vittima dello scherzo morsicava con gusto l’estremità per poi trovare la sorpresa!
  • L’antica ricetta, uscita dalla clausura di un convento palermitano, presentava il cannolo come un dolce costituito da un involucro cilindrico e allungato di pasta fritta (la così detta “scorcia”) farcito con un impasto di ricotta, zucchero e frutta candita. Inoltre, per conferire alla scorza la tipica forma, anticamente si usavano le canne di bambù, oggi sostituite da piccoli tubi di metallo su cui si avvolge la pasta.
  • In ogni località siciliana si confezionano croccanti e deliziosi cannoli che, grazie alla maestria dei nostri pasticceri, sono pressoché simili negli ingredienti ma diversi da luogo a luogo nella decorazione. Il cannolo è una ghiottoneria così cara ai siciliani che in numerose zone l’onorano con la famosa “Sagra del Cannolo” dove si possono degustare cannoli di tutte le grandezze, dai cannolicchi ai cannoli di dimensione spropositate che rendono ancor più lieta e allegra l’atmosfera festiva, ma soprattutto deliziano lo spirito e il palato.

25/01/12

Moqueca di gamberi

Moqueca di gamberi

Portata: Secondo piatto

Collezione: Ricette da leggere
Moqueca di gamberi

Stagione: Inverno

Ricetta di: Edda Onorato

Nota:
Questo stufato leggero e profumatissimo, fà sognare l’estate e terre lontane. La ricetta è tratta dai quaderni della scuola di cucina di dona flor: scuola culinaria sapore e arte, ricette raccontate con tono goloso e allegro. Lei lo definsce un piatto fine, ricercato, degno della migliore cucina.

Difficoltà: Media

Ingredienti per 6 persone:
  • 1,3 kg gamberi da sgusciare
  • 500 gr di pomodori [+4]
  • 3 spicchi d’aglio
  • 2 cipolle medie
  • 2 peperoni
  • 2 lime
  • 1 tazza di latte di cocco
  • 1 tazza d’olio d’oliva
  • prezzemolo
  • coriandolo
  • erba cipollina [o verde del cipollotto]

Nota:
La ricetta d’origine prevede dei granchi molli, introvabili qui. Se capita d’incontrarli durante un viaggi, bisogna assaggiarli, sono una squisitezza. La moqueca è uno stufato brasiliano caratterizzato dalla presenza dell’olio di Dendê [olio di Palma]. Qui è stato sostituito con l’olio d’oliva. Con le teste dei gamberi, si può preparare una bisque.

Il libro: Jorge Amado, "Dona Flor e i suoi due mariti"

“Queste sciocche trovavano puzzolente la cipolla: che ne sanno loro di aromi puri? A Vadinho piaceva mangiare la cipolla cruda e il suo bacio sapeva di fuoco”

Preparazione:
  1. Sgusciare i gamberi e sciacquarli rapidamente con del succo di lime.
  2. Fare un battuto con una cipolla e mezzo, l’aglio, il prezzemolo, il coriandolo e l’erba cipollina e infine 1 peperone tagliato a dadini.
  3. Mischiare con mezza tazza d’olio d’oliva.
  4. Aggiungere i pomodori tagliati a dadini. Salare e mescolare.
  5. Condire i gamberi con la salsa [che Dona Flor definisce succulenta].
  6. Scottare i gamberi uno ad uno in una padella con il loro sugo poi versare il resto di salsa.
  7. Spegnere.
  8. Aggiungere a crudo la mezza cipolla rimasta, i 4 pomodori a fettine, l’altro peperone a dadini, qualche foglia di coriandolo e un po’ di succo di lime.
  9. Salare e lasciar insaporire due ore, coperto.
  10. Rimettere la padella sul fuoco e cuocere i gamberi 5-10 minuti il tempo che la salsa si addensi un pò.
  11. A fine cottura, versare il latte di cocco e l’olio rimasto.
  12. Cuocere ancora qualche minuto. Servire caldo con pane o riso lesso.
L'autrice della ricetta: Edda Onorato
Edda Onorato

"Vivo a Parigi da qualche anno. Di padre italiano e di madre francese, sono cresciuta in mezzo ai sapori ed ai profumi di queste due magnifiche culture gastronomiche. Appassionata-ossessionata di cucina e di tutto cio’ che gira intorno al cibo, gliingredienti, la loro storia...mi sono recentemente innamorata della fotografia ed in particolare della fotografia culinaria. Sono l’autricedel blog bilingue [francese e italiano] Un déjeuner de soleil, una colazione di sole, [espressione francese che significa qualcosa d’effimero] dove condivido le mie scoperte, i miei esperimenti e i mieipiatti nell’attesa d’invitare tutti ad una degustazione su un terrazzo pieno al sole. Collaboro con case editrici come autrice di ricette e fotografa."

Web: http://undejeunerdesoleil.com/

23/01/12

Lingue di gatto

Lingue di gatto

Portata: Dolci/Biscotti

Collezione: Ricette da leggere

Difficoltà: Facile
Lingue di gatto

Occasione: Colazione

Nota:
Fammi sapere cosa bevi a colazione e io posso sapere veramente chi sei tu”

Ingredienti:
  • 100 gr di farina
  • 100 gr di burro
  • 100 gr di zucchero a velo
  • 3 albumi
  • 1 bustina di vanillina
Preparazione:
  1. Lavorare a crema il burro ammorbidito con lo zucchero e la vanillina in una ciotola.
  2. Unire un albume per volta e qualche cucchiaio di farina.
  3. Amalgamare bene fino ad ottenere un composto cremoso.
  4. Ricoprire una teglia rettangolare con la carta forno e con una tasca con beccuccio liscio fare dei bastoncini lunghi circa 2,5 cm ben distanziati. Infornare a 180° per 5 minuti.
  5. Far raffreddare le lingue di gatto e toglierle dalla teglia.

Il libro:

Muriel Barbery, "L'eleganza del riccio"

La bellezza risiede dentro di noi…proprio come un riccio proteggiamo il nostro lato più profondo, fragile e morbido con delle spine appuntite pronte a ferire! Questo è in assoluto il libro che io preferisco, è riuscito a farmi ridere e a commuovermi…e perché no, ha stuzzicato anche la mia voglia di assaggiare il dolce tè al gelsomino che renée, la protagonista, sorseggia, accompagnato da friabili lingue di gatto!

20/01/12

Le quaglie nel nido secondo Babette

Le quaglie nel nido secondo Babette

Portata: Secondo piatto

Collezione: Ricette da leggere
Le quaglie nel nido secondo Babette

Difficoltà: Medio/Facile

Ingredienti per 6 persone:
  • 600 gr pasta sfoglia
  • 6 quaglie grosse
  • 250 gr vitello
  • 100 gr salsiccia [luganega]
  • 180 gr foie gras d’oca
  • 25 gr tartufo nero
  • 2 fette pan carrè
  • 1 Uovo
  • 3 Scalogni
  • 150 ml Madera o Porto
  • fondo bruno di quaglie q.b.
  • 100 gr burro
  • 1 spicchio aglio
  • 1 rametto rosmarino
  • 50 gr burro chiarificato
  • 50 gr prezzemolo
Preparazione:
  1. Stendere la pasta sfoglia a 3 mm. di spessore e formare 6 vol-au-vent ovali e grossi.
  2. Spennellare d’uovo e cuocere per 12/15 minuti a 220°.
  3. Disossare le quaglie tenendole intere. Tritare il vitello, la salsiccia il pan carrè messo a bagno nel latte e mezzo scalogno.
  4. Tagliare lo scalogno rimanente e fare una riduzione col Porto fino ad ottenere 1/3 del volume.
  5. Finire la farcia amalgamando col prezzemolo tritato e aggiustare di sale.
  6. In ogni quaglia introdurre poi la farcia, un bastoncino di foie gras e una lamina di tartufo.
  7. Cucire le quaglie, bardare di lardo e cuocere per 30 minuti circa a 200° in forno col burro chiarificato aromatizzato con l’aglio in camicia e il rosmarino.
  8. Preparare la salsa con la riduzione filtrata e il fondo di quaglia.
  9. Emulsionare a caldo col burro fresco al momento dell’utilizzo.
  10. La quaglia verrà servita nel vol-au-vent, accompagnata dalla salsa.
Nota

Titolo: Il pranzo di Babette (Babettes gaestebud)
Regista: Gabriel Axel
Anno: 1987
Nazione: Danimarca
Durata: 102'
Cast: Stéphane Audran, Jarl Kulle, Bodil Kjer, Brigitte Federspiel, Bentt Rothe, Jean-Philippe Lafont, Bibi Andersson



Il senso del destino, le responsabilità individuali; il contrasto tra le scelte dell’uomo e il capriccio della sorte; il rapporto tra l’uomo e Dio, tra la realtà multiforme e l’unità della fede; i desideri del corpo opposti a quelli dello spirito, la fame dell’anima che si accosta all’appetito del palato; malinconia e stupore, frugalità e magnificenza, sorpresa e abitudine; la piccola comunità opposta - e circondata - al mondo esterno; destini che per un attimo si intrecciano per poi allontanarsi. La profuga Babette Hersan, cuoca francese, viene accolta da due anziane sorelle norvegesi; le due signorine, donne pie e profondamente religiose, saranno ricompensate per aver aperto la loro casa a chi aveva bisogno. Molti anni dopo, infatti, Babette investe una grossa somma vinta alla lotteria nell’allestimento di un pranzo, un autentico banchetto francese, per ringraziare le due sorelle. Zuppa di tartaruga, blinis Demidoff, cailles en sarcophage, vini squisiti: il pranzo offerto da Babette non è solo delizioso e sontuoso per abbondanza e varietà, ma è anche un capolavoro di bellezza, e le immagini del film rendono giustizia alle capacità della cuoca. Il gioco degli eccessi si stempera nelle atmosfere delicate di una fiaba nordica. L’adattamento cinematografico del racconto di Isak Dinesen [pseudonimo di Karen Blixen] è considerato un classico non solo per le tematiche trattate, per il garbo con cui sono affrontate o per la bellezza delle immagini: la forza del film è anche nel lasciare lo spettatore affamato e desideroso di provare i manicaretti di Babette, tutti frutto di un amore quasi maniacale per l’alta cucina francese.

16/01/12

Acquacotta maremmana e minestra di sassi

Acquacotta maremmana e minestra di sassi

Portata: Primo piatto

Collezione: Ricette da leggere

Collezione: Ricette da guardare
Acquacotta maremmana
 Difficoltà: Facile

Origine: Toscana

Ingredienti per 4 persone:
  • 30 cc olio extravergine di oliva
  • 1 spicchio d’aglio
  • 3 costole di sedano
  • 2 cipolle
  • 500 gr di pomodori pelati
  • 1 peperoncino piccante
  • sale
  • 8 fette di pane toscano
  • 4 uova
  • 60 gr formaggio pecorino stagionato [grattato]
Acquacotta maremmana
 Preparazione:
  1. Comincia con lo sbucciare le cipolle, poi lava il sedano, togli i fili più duri e fallo a cubetti piccolini insieme alla cipolla. Spezzetta anche i pomodori pelati.
  2. In una casseruola o in una pentola di ghisa capiente fai colorire uno spicchio d’aglio, sbucciato e leggermente schiacciato, con 4 cucchiai d’olio, quindi aggiungi le verdure già fatte a cubetti, il peperoncino, i pomodori e il sale.
  3. Lascia insaporire per qualche minuto, mescolando con un cucchiaio di legno, aggiungi 2 litri circa di acqua calda e poi puoi dimenticarti della pentola coperta su fuoco bassissimo per circa 2 ore e 30 mezzo (in caso evaporasse troppo l’acqua aggiungila via via, ma badando che risulti sempre piuttosto densa).
  4. Verso la fine della cottura della minestra, abbrustolisci le fette di pane, strusciale con un po’ di aglio per un gusto più deciso (ci piace!) e distribuiscile a pezzi in 4 piatti fondi.
  5. Sguscia le uova nella pentola nella quale sta cuocendo la zuppa, facendo attenzione a non rompere il tuorlo: non appena gli albumi avranno iniziato a rassodare, aiutandoti con un mestolo forato togli le uova e tienile in un piatto al caldo.
  6. Distribuisci la zuppa nei piatti fondi sopra le fette di pane, metti un uovo al centro di ogni piatto e condisci con un filo d’olio d’oliva extravergine.
  7. Completa con una generosa spolverata di pecorino stagionato grattato e servi caldissima.
Nota:


Minestra di sassi
A quei tempi i vagabondi giravano ancora per strada, vivendo di espedienti e astuzie per procurarsi quando possibile un pasto caldo che li sostenesse nelle notti gelate e senza luna. In quei giorni un vagabondo dallo sguardo arguto si aggirava per il villaggio, al limitare del bosco e nella radura di faggi. Incontrò una paesana, una povera  senza luna. In quei giorni un vagabondo dallo sguardo arguto si aggirava per il villaggio, al limitare del bosco e nella radura di faggi. Incontrò una paesana, una povera  vedova che viveva di stenti nella sua capanna vicino al fiume, e le chiese un po’ di benevolenza e di carità, una minestra calda e un posto per la notte. La povera donna accolse il vagabondo con un po’ di riluttanza, ma lo avvertì subito che di mangiare non c’era verso, la dispensa era vuota e anche lei non aveva niente di cui sfamarsi. Il vagabondo le disse che lui conosceva una ricetta magica, la minestra di sassi, per cui serviva solo un po’ d’acqua di pozzo e un sasso lucido preso dal greto del fiume. Metti una bella pentola d’acqua sul fuoco, nonnina, io penserò alla minestra. E così il vagabondo camminando su e giù lungo l’argine del fiume scelse un bel sasso grigio con le venature rosse, lo sciacquò e lo portò in cucina, dove un pentolone annerito dagli anni stava già sobbollendo sopra al fuoco del camino. Il vagabondò gettò il sasso in pentola e si sedette ad aspettare, sotto lo sguardo incredulo della vecchina, che con indifferenza si era messa a fare la calza accanto al camino. Nel silenzio interrotto solo dal crepitare del fuoco, il vagabondo disse, come tra sé e sé: Certo, che se avessi un po’ di sale la minestra verrebbe ancora meglio…E la vecchina, trascinandosi alla credenza, scovò un pizzicotto di sale grosso in fondo ad un vecchio barattolo. Il vagabondo aggiunse: certo che se avessi una patata, anche vecchia, la minestra verrebbe ancora più buona. La vecchina alla luce della fiaccola andò nell’orto dietro la  casa e tornò con una vecchia patata tutta raggrinzita ed una foglia di cavolo bruciata dal gelo dell’inverno. Non contento, il vagabondo, mentre rimestava la minestra di sassi, disse alla vecchina: e adesso, se solo avessi un vecchio osso di prosciutto, ti farei sentire che minestra buona verrebbe! La vecchina si ricordò del vecchio osso senza più polpa che teneva in dispensa e lo dette al vagabondo, che lo aggiunse alla minestra di sassi che, a dirla tutta, cominciava ad avere proprio un buon profumo. E adesso, nonnina, la minestra è pronta! se solo avessi un cantuccino di pane secco, ti farei. Ho capito, ho capito… lo interruppe la vecchina. Si alzò di nuovo dal suo sgabello di paglia, frugò in fondo alla madia e trovò un tozzettino di pane secco, dal quale tagliò due fettine fini fini, che mise in fondo al suo piatto e a quello del vagabondo. Il vagabondo versò un’abbondante porzione di minestra in ogni piatto, e si sedette a tavola con la vecchina per una cena saporita e calda. Alla fine, prima di andare a dormire nel fienile, si avvicinò al pentolone, raccolse il sasso magico, lo lavò, lo avvolse in uno straccio e lo mise nella credenza della vecchina: adesso, nonnina, ogni volta che avrai voglia di una buona minestra di sassi, non devi far altro che mettere a bollire il pentolone sul fuoco ed aggiungere il sasso magico! Buonanotte e grazie per la tua cortese ospitalità!
Acquacotta maremmana
Questa è una storia che è conosciuta in più versioni, a volte il viandante è un mendicante, a volte uno scaltro monaco… ma il succo della storia è sempre lo stesso: con poco poco si può davvero far qualcosa di buono, e si può intendere sia alla lettera, che fuor di metafora, visto che in questi giorni siamo a sognare in grande! La prima volta che ho sentito questa storia ho pensato subito all’acquacotta, una minestra tipica della Maremma, una zona della Toscana che in passato era davvero povera. Avete subito capito che anche questo piatto rientra a pieno diritto nella cucina povera toscana, insieme a tante altre preparazioni che hanno alla base il pane raffermo di qualche giorno e qualche verdura. E’ un piatto nomade, che ha seguito gli amiatini che in inverno si spostavano al piano, in Maremma, in cerca di lavoro e si portavano dietro pochi ingredienti, tra i quali non mancavano mai le cipolle. Gli ingredienti base dell’acquacotta sono infatti acqua, pane e cipolle.

Fonte: julskitchen

28/12/11

Sformato di tenerezza

Origine: Sicilia

Portata: Secondo piatto [o Antipasto]

Vegetariano

Collezione: Cibo di strada
Sformato di tenerezza

Stagione: Autunno

Difficoltà: Facile

Collezione: Ricette da leggere

Sformato di tenerume [da strada, freddo]

Ingredienti:
  • un grosso fascio di tenerume *
  • 2 uova
  • 100 gr di pecorino romano grattugiato
  • 1 bicchiere di latte
  • sale q.b.
  • pepe bianco q.b.
Preparazione:
  1. Pulire il tenerume staccando i gambi grossi e sfilando i filetti duri da quelli teneri e delle foglie, lavare e sbollentare in poca acqua leggermente salata.
  2. Scolare bene la verdura e frullarla assieme ai tuorli d’uovo, il formaggio e il latte, aggiungere poco sale, una manciata di pepe e alla fine i bianchi montati a neve.
  3. Versare il composto in una pirofila imburrata e rivestita di pan grattato, infornare in forno già caldo e cuocere per una ventina di minuti.
  4. Si può mangiare subito caldo, oppure freddo come piccola tapas, si sa la Sicilia e la Spagna si somigliano..

Nota:
  • Una ventina di anni fa, trastullandomi per il mercato di Sesto Fiorentino, dopo essermi rifatto gli occhi al banco delle olive, con ovvio acquisto di 3 sacchettini ai "vari gusti", son passato da quello che chiamavo, "il mio banchino della verdura". Avevo fatto un'amicizia immediata, a pelle, con Adele: una simpatica siciliana che gestiva  banchino, marito e relativo aiutante. Mi chiamava si, uomo, ma senza malevolenza, mi rispettava perchè, ero cuoco. E' così che son riuscito a metter le mani sulla mia prima cassettina di tenerume, mai visto, conosciuto o mangiato, anche lì è andata a pelle: Adele, cos'è?. Sorriso a 32 denti, un' po' di coda di pavone e una sciorinata di storie [a cominciare da Agrigento], ricette e spiegazioni che, sarebbe stato da registrare. Comunque sia, anche se ho cambiato casa, il tenerume me lo procuro lo stesso, lo pulisco e cucino con passione perchè lo raccolgo direttamente nel mio orto e perchè...
  • come disse Montalbano ad Angelina, è leggiadro:

  • “Il tinnirume, foglie e cime di cucuzzeddra siciliana, quella lunga, liscia, di un bianco appena allordato di verde, era stato cotto a puntino, era diventato di una tenerezza, di una delicatezza che Montalbano trovò addirittura struggente. Ad ogni boccone sentiva che il suo stomaco si puliziava, diventava specchiato come aveva visto fare a certi fachiri in televisione. “Come lo trova?” spiò la signora Angelina. “Leggiadro” disse Montalbano. E alla sorpresa dei due vecchi arrossì, si spiegò. “Mi perdonino, certe volte patisco d’aggettivazione imperfetta”. Le triglie di scoglio, bollite e condite con oglio, limone e pitrosino, avevano la stessa leggerezza del tinnirume.” 
da “Il cane di terracotta”, Sellerio, 1996 [vigata.org]

* Nota:
  • Il tenerume è il getto nuovo della pianta della cucuzza lunga.
  • La vegetazione della cucuzza lunga, come in generale quella delle cucurbitaceae, è rigogliosa e generosa, per questa ragione le foglie più tenere [da qui il nome] vengono raccolte e cucinate in generale con pomodoro e aglio e sono considerate una squisitezza salutare per il corpo e per lo spirito.
Nota alla nota del tenerume:
Quest'anno in campagna ne avevamo a disposizione una giungla. Grazie alla sapienza del signor Sapienza, che cura il giardino e ci ha regalato un orto lussurioso, è stata un'estate di tenerezza.
  • Oppure potete anche:

Fonte ricetta: Calycanthus

Spaghetti belliniani alla catanese

Portata: Primo piatto

Collezione: Ricette da leggere

Difficoltà: Facile
Spaghetti belliniani alla catanese

Ingredienti per 4 persone:
  • 320 gr spaghetti
  • 2 melanzane lunghe
  • 1/2 cucchiaino basilico tritato
  • 50 gr ricotta stagionata e grattugiata
  • 50 gr olio extra vergine d’oliva
  • 1 spichio aglio
  • 300 gr pomodori maturi
  • olio per friggere q.b.
  • sale q.b.
  • pepe nero q.b.
Preparazione:
  1. Lavare e tagliare a fette sottili le melanzane, disporle su di un’asse, cospargerle di sale e lasciarle spurgare per circa un’ora.
  2. Lavare e asciugare i pomodori, privarli dei semi e ridurli a tocchetti.
  3. Porre sul fuoco un tegame con l’olio e lo spicchio d’aglio schiacciato; non appena l’aglio comincerà a colorire, unire i pomodori con il basilico, salare e pepare.
  4. Cuocere a fuoco basso per quindici minuti circa.
  5. Sciacquare le fette di melanzane sotto l’acqua corrente, asciugarle e friggerle in una padella
    con abbondante olio ben caldo.
  6. In una grossa pentola portare a bollore abbondante acqua salata e versare gli spaghetti.
  7. Quando le melanzane saranno cotte e croccanti, scolarle, passarle nella carta assorbente.
  8. Scolare gli spaghetti al dente, raccoglierli in un piatto di portata, condirli con il sugo di pomodori e con le melanzane fritte.
  9. Cospargere con la ricotta grattugiata, mescolare e servire immediatamente.
Nota:

OROVESO

Ite sul colle, o Druidi,
Ite a spar ne' cieli
Quando il suo disco argenteo
La nuova Luna sveli!
Ed il primier sorriso
Del virginal suo viso
Tre volte annunzi il mistico
Bronzo sacerdotal!


Vincenzo Bellini, Norma [1801-1835]


Con queste parole si apre il primo atto della Norma: l’opera, scritta su testi del librettista Romani e tratta da una tragedia di Soumet, fu rappresentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre 1831. Nella Gallia dominata dai Romani, Norma, sacerdotessa dei Druidi, è divenuta l’amante segreta del proconsole Pollione. Ma Pollione si innamora della giovane sacerdotessa Adalgisa e tenta di rapirla: scoperto il fatto, la legge vuole che il proconsole sia ucciso. Norma sceglie di accusare se stessa e di morire col proprio uomo. Drammaticità e classicità sono gli ingredienti principali di quest’opera: a Catania il nome di Bellini, e in particolare di Norma, sono sinonimo di grandioso e perfetto. Si racconta che un giorno Nino Martoglio, commediografo siciliano, davanti ad un piatto di spaghetti condito con melanzane fritte, pomodoro, ricotta e basilico esclamò: “ma questa è Norma!”. Di qui, secondo la tradizione, il nome del piatto. Sicuramente gli spaghetti alla Norma sono di origine catanese - come testimoniano gli ingredienti fondamentali della ricetta - ed altrettanto sicuramente il nome del piatto è una dedica della città al Maestro.

27/12/11

Focaccia di Recco

Origine: Liguria

Recco - Il litorale

Focaccia di Recco
Portata: Cibo di strada

Collezione: Ricette da guardare

Collezione: Ricette da leggere

Ingredienti:
  • 1 kg di farina "00" rinforzata o manitoba
  • 1 dl di olio di oliva
  • sale q. b.
  • 5 dl di acqua
  • 2 kg di crescenza freschissima
Preparazione su tegame di rame:

Focaccia di Recco

"Questa è la preparazione ufficiale dell'Autentica Focaccia col Formaggio, ma è certo che i fornai di Recco hanno qualche loro segreto che bene si sono sempre guardati dal lasciarsi sfuggire.
Infatti, malgrado gli stessi ingredienti utilizzati, difficilmente la focaccia col formaggio cotta nel nostro forno sarà tale a quella [squisita] che si può acquistare nella bella cittadina ligure".
  1. Preparare gli ingredienti, formare un impasto con farina, versando un pò di olio d’oliva aggiungete il sale ed infine l’acqua lavorate a mano [potrete farlo anche con l’impastatrice] sino a quando l'impasto risulterà morbido e liscio. Farlo riposare per circa 60 minuti in temperatura di circa 18/20° e coprire.
  2. Dopo aver lasciato riposare l'impasto per 60 minuti, dividete l’impasto per prelevarne un pane di circa 1/2 chilogrammo e "tirarlo" leggermente con il mattarello rendendo la pasta sottile. Mettere le mani chiuse a pugno sotto la sfoglia e, ruotandola, allargarla e renderla più sottile possibile.
  3. Appoggiarla sulla teglia di rame precedentemente oliata.
  4. Quindi deporre sulla sfoglia la crescenza in piccoli pezzi [circa una noce per ciascun pezzo] in senso circolare.
  5. Fare una seconda sfoglia molto sottile (quasi trasparente) con lo stesso procedimento della prima e ricoprire la teglia con la sfoglia di base già cosparsa di crescenza.
  6. Chiudere le estremità delle due sfoglie in modo che i bordi sovrapposti risultino ben saldati ed eliminare la quantità di sfoglia [sopra e sotto] che fuoriesce della teglia.
  7. Con le dita pizzicare più punti della pasta formandovi dei fori della grandezza di circa 1 centimetro.
  8. Cospargerla di sale ed irrorarla con olio d'oliva.
  9. Cuocere in forno alla temperatura di 270°/320° per circa 7 minuti, o a 220° per 15/20 minuti circa, comunque quando la focaccia non avrà un bel colore dorato.
  10. Il forno deve essere regolato in modo tale che il suolo sia più caldo del cielo del forno. La cottura sarà ultimata quando la focaccia avrà un colore dorato sopra e sotto.
Nota:
  • La notorietà di questa città ha da tempo varcato i confini nazionali, un fatto dovuto in buona parte a quella prelibatezza chiamata Focaccia "col" Formaggio ["al formaggio sono le altre versioni non autorizzate, spesso neanche lontane parenti, che sono fiorite fuori Recco sull’onda del successo dell’originale].
  • Si narra che questo prodotto esisteva già all’epoca della terza crociata.
  • “Era la Pentecoste di rose dell’anno 1189… la cappella dell’Abbazia di San Fruttuoso accoglieva i crociati liguri per un solenne Te Deum prima della partenza della flotta per la Terra Santa… Sulle bianche tovaglie di lino ricamate facevano bella vista i piatti di peltro e di rame, zuppiere di ceramica e di coccio colme di ogni bendidio: pagnotte di farro ed orzo impastate con miele, fichi secchi e zibibbo, carpione di pesce, agliata, olive e una focaccia di semola e di giuncata appena rappresa (la focaccia col formaggio)…”
  • Questa ricerca su testi storici venne presentata nel 1997 dal Consorzio Recco Gastronomica allorchè venne registrato il marchio “Autentica Focaccia col Formaggio di Recco”, una difesa voluta per il continuo ed incontrollato sviluppo della diffusione di questa specialità gastronomica senza alcuna regola precisa.
  • Recco è una cittadina che sotto il profilo dalla ristorazione ha pochi eguali in Italia, basti pensare che in questa cittadina di diecimila abitanti l’offerta della ristorazione è superiore ai tremila coperti.
  • Si narra inoltre che in tempi lontanissimi la popolazione recchese si rifugiava nell’immediato entroterra per sfuggire alle incursioni dei saraceni.
  • Grazie alla possibilità di disporre di olio, formaggetta e farina, cuocendo la pasta ripiena di formaggio su una pietra d’ardesia, venne “inventato” quel prodotto gastronomico che oggi conosciamo come “Focaccia col Formaggio”.
  • Alla fine dell’800 aprono a Recco le prime trattorie con cucina, ed a quei tempi la “Focaccia col Formaggio” veniva proposta nel periodo di celebrazione dei morti.
  •  La tradizione della focaccia continua nei tempi ma solo dagli inizi del nevecento viene proposta d’abitudine ai visitatori di Recco e non più nel giorno dei morti.
News del 15/07/2011:
  • Focaccia con il formaggio di Recco verso l’Igp. Il ministero delle Politiche Agricole ha presentato, questa mattina negli uffici della Regione Liguria, la certificazione europea Igp, Indicazione Geografica Protetta, per la focaccia con il formaggio di Recco. Il disciplinare che ne regola ingredienti e produzione sara' pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Entro l'estate, quindi, la famosa focaccia potra' fregiarsi del riconoscimento Igp su tutto il territorio nazionale.
  • Rispetto del disciplinare - Questo comportera' il divieto assoluto per chiunque di scrivere nei menu' e offrire focacce con formaggio 'tipo Recco'. Pena l'intervento dell'antifrode. ''Nel corso degli ultimi anni - spiegato l'assessore regionale all'Agricoltura, Giovanni Barbagallo- la Regione Liguria ha lavorato sulla proposta di utilizzare il latte proveniente da allevamenti liguri da trasformare in crescenza. I buoni risultati della sperimentazione sulla capacita' di resa latte-crescenza, la resistenza al trasporto e alla sua durata, hanno dato vita a un vero e proprio accordo di filiera tra produttori zootecnici, trasformatori, panificatori e il Consorzio. Un'azione di marketing territoriale che ha dato buoni risultati e sostenuto i territori,a cominciare dagli allevatori"
Qualcosa su Recco:

Recco

Il lungomare - Recco

  • 16 settembre 1861
"Oggi si va per mare. L’oste ha noleggiato una grande barca a vela con un equipaggio composto da un capitano, un giovane di circa diciotto anni e quattro ragazzi. Questa mattina non si vedono altre barche  in questo tratto di mare. Qui a Chiavari ci sono dei cantieri che costruiscono navi per la lunga navigazione, il piccolo cabotaggio e la pesca è affidata agli uomini di Sestri e La Spezia.
L’attività economica della zona chiavarese è rivolta all’industria e all’artigianato. Quasi ovunque si vedono delle piccole case davanti alla quali sono accatastate a dozzine quelle sedie leggere e resistenti vendute poi di paese in paese per tutta la riviera. Avanti! L’oste aiuta a spingere la barca, i ragazzi in acqua ritmano a gran voce la spinta, mentre il giovanotto la fa scivolare sulla sabbia, i muscoli si gonfiano, ancora una spinta. Allegri! Eccoci qui. I ragazzi gocciolanti salgono sulla barca. Il vento è buono. Oscilliamo dolcemente, affondiamo le mani in quest’acqua azzurra, sfioriamo le creste delle onde, respiriamo una brezza umida. Qualche vela compare e scompare dietro a un promontorio. Laggiù un vapore corre su un mare verde. Niente ci ridarà questa pace, né questa immensità. Intanto il vento si è un po’ placato e la barca non va avanti. I ragazzi provano allora con i remi che non riescono ad affondare nelle onde, ma strisciano sulla superfici inondandoci. I ragazzi ridono a crepapelle. Vediamo la riva scivolare lentamente. La lunga fila di agavi a stella a rifinirla. E si vede Lavagna distesa lungo la spiaggia con le sue casette, le cui facciate sono in questa stagione ricoperte di gialle pannocchie di granoturco per farle seccare. Dietro le case dondolano argentei ulivi. Qualche chiesa bianca ci guarda attraverso i carrubi, una torre costruita sulla roccia affonda la sua base sull’acqua. Sullo sfondo gli Appennini innalzano le loro cime spoglie.
  • 19 settembre 1861
"Ecco Recco! Dalle finestre pendono drappi che il vento solleva e strapazza. Sulla piazza è stato innalzato il gonfalone blu-celeste con la scritta 'San Michele, protettore della marina di Recco' vi è raffigurato il santo che con atteggiamento distratto calpesta il drago, che apre le fauci rossastre fino alle orecchie. Le campane della chiesa suonano a distesa una dopo l’altra in un concerto pieno di brio. Lungo le strade, dove passerà la processione,  i muri sono tappezzati  di stoffa rossa.  Gli uomini vestiti a festa, sul capo un feltro nero con una piuma, scortano i gruppi sorridenti delle ragazze, ornate con il pezzotto. Albergo e trattoria de “ il Gran Colombo” dipinto in un azzurro che sfida il cielo, spicca sul fondo della piazza. Il proprietario, un uomo piccolo e tozzo, non ha risparmiato sui colori chiassosi né sulla scritta enorme."
“Signore, entriamo”
Il gruppo pur essendo “roba da palazzo” è qui “roba da trattoria”.
Si sale una scala senza finestre e si arriva in una cucina dove siede l’oste. Vi preparerò un pranzo speciale, vedrete”  Mentre si riscaldano i fornelli noi andiamo alla spiaggia. Il mare emana un fascino straordinario e lo si contemplerebbe per ore senza mai annoiarsi: come una muraglia trasparente si gonfia e precipita, è minaccioso, è furioso; si sfrangia sulla cima dell’onda poi s’abbatte e viene a morire sulla riva che ricopre della schiuma cangiante. E il tempo passa e le ore scivolano via rapidamente e si capisce quanto siano privilegiati questi popoli che vivono lungo le rive del mare. Trascorrono le loro giornate sulla spiaggia, ascoltando il rumore del mare, vivono di aria, di luce, di qualche frutto e d’un piatto di maccheroni. Rientrano a sera nelle loro casupole, ma il mattino li ritroverà ancora in quel palazzo dai candelabri di agavi, dalle colonne di palme, dai cuscini di lavanda, dalle culle di aranci, dalla vasca immensa, le cui acque vanno ad abbeverare le spiagge della terra dei Faraoni. Due o tre spari ci fanno ricordare che siamo a Recco e a Recco c’è una trattoria e nella trattoria è pronto un pranzo per noi. E adesso vi racconto che cosa abbiamo mangiato. Delle costolette ben pestate, delle patate a pezzetti fritte nell’olio, dei fichi, dell’uva, delle castagne e i famosi funghi a fette sottili, di colore biancastro, poco rassicuranti, forse velenosi. A proposito di questi, solo i disperati li gustano con piacere, coloro insomma che pensano che dopo aver visto Recco non c’è più niente di meglio e si può anche esalare l’ultimo respiro In realtà tutti divoriamo tutto, nessuno muore. Alla fine del pranzo il piccolo oste trionfante viene avanti con la sua aureola di capelli crespi. Come avete trovato il mio pranzo, lor signori? E i funghi? Buoni, vero? E questa pietanza e quella?Tutto eccellente, straordinario! Ma che cosa è mai questa pietanza? E quella?
L’oste è raggiante, poi: E’ della pancia di vitello! E’ della pancia di vitello farcito! [La cima] "In quella invece io ci ho messo tante cose: del cervello [e si batte il pugno sullo stomaco] dei visceri [altro colpo] della lingua di maiale [colpo sullo stomaco] dell’orecchio, del cuore, del rognone, del fegato, dello zampetto di maiale!La banda rischia di scoppiare a ridergli in faccia e allora per darsi un contegno chiede a gran voce del caffè. L’ostessa si fa avanti portando un vassoio con dei bicchieri da liquore e una brocca colma di un intruglio indefinito e che viene versato nei bicchieri.
Quando è l’ora di partire, riprendiamo il viaggio il più lentamente possibile per prolungare un po’ di più la gita. Il giorno ormai declina e gli Appennini sono avvolti nella luce rossa della sera. Lungo la strada si incrociano carrozze e pescatori che vanno a raggiungere le proprie famiglie. Sulla soglia di ogni casa c’è qualche giovane madre che fa giocare il proprio marmocchio. Non c’è un’insenatura dove non si vedono bambini giocare e saltare nell’acqua. E qua e là si scorgono quelle grottesche case dipinte a colori chiassosi così fuori dai canoni comuni, così belle!..
  • E su Genova
Il porto - Genova

E tu Genova, sei a pieno titolo la Superba!
Non ci si stancherebbe mai di oltrepassare le tue porte affacciate sul mare per ammirarti sotto un cielo terso e luminoso; di fermarsi stupiti a guardare i tuoi palazzi marmorei e le fontane zampillanti, di camminare tra la folla eterogenea di marinai e di belle ragazze, a piedi nudi, dall’aria disinvolta; di perdersi nei tuoi vicoli, dove passa l’esistenza tanta gente felice di vivere! Che confusione, quanta gente. E’ forse un giorno di festa? Si vedono i pescatori col berretto rosso sul capo ricciuto, correre veloci verso le loro barche, delle belle ragazze con il capo avvolto in un fazzoletto di cotone, dei robusti ragazzi che ritmano a voce alta il trasbordo delle mercanzie, i negozi scintillanti e affollati. Dietro ai cancelli dei palazzi le cariatidi, gli alberi rigogliosi, il mormorio delle fontane. In questa ampia strada imponenti equipaggi  lanciati a grande velocità e tutti i rumori tipici di una ricca città. 

Questa è Genova! La Genova di ieri? Così effervescente, così viva, così affascinante? “Si, signore mie, Genova è così. La Genova di ieri, di domani, di tutti i giorni, fatta eccezione quando piove.”
Prodotti storici liguri:
Baciocca ligure

Trofie

Pansoti
Farinata
Pesto
Pandolce genovese
Olive taggiasche
Olive nere
Prescinseua


La Prescinseua, Prescisöa o anche Prescinsêua [secondo le declinazioni dialettali locali], è un formaggio tipico della Liguria – in particolare nella Riviera di Levante – ed è conosciuta già nell'Alto Medioevo. In verità, più che un formaggio, nella accezione corrente più comune di questo prodotto, si presenta come una cagliata limitatamente acidula e fresca con la consistenza e l'aspetto simile allo yogurt, ma questo non è in quanto mantiene comunque una pur minima consistenza.

Basilico Genovese

Il Basilico Genovese si distingue per le sue foglie di dimensione medio-piccola, con forma ovale e convessa ed il colore verde tenue che le caratterizza.

Il Basilico Genovese è indicato con le lettere maiuscole della dicitura ufficiale e si riferiscono alla nomenclatura originale attribuita dal Ministero per le Politiche agricole di concerto con la UE ed è un prodotto ortofrutticolo a Denominazione di Origine Protetta. In Liguria la coltivazione è molto diffusa e a Genova c’è uno specifico quartiere chiamato Prà, dove viene coltivato fino dall’antichità ed è rinomato per la sua qualità, particolarmente indicata per la preparazione del classico pesto, il condimento tipico della cucina ligure adatto a confezionare uno svariato numero di piatti asciutti e speciali tartine e focaccette.

Involtini di lampredotto con carciofi e mortadella

Portata: Cibo di strada

Origine: Toscana

Collezione: Ricette da leggere

Collezione: Ricette da guardare
Lampredotto

Nota:
  • Ho trovato questa ricetta sul blog del noto critico gastronomico fiorentino Leonardo Romanelli, e dopo averla provata non ho potuto resistere alla tentazione di riproporla.
  • Leonardo Romanelli è una delle anime moderne della cucina toscana, verace e attaccato ai valori della tradizione sa coniugare la coerenza delle cucina tradizionale con quel giusto apporto di modernità ed innovazione.
  • La sua ricetta di involtini di lampredotto rappresenta un modo nuovo di servire un piatto tipico toscano, e può contribuire alla diffusione della cultura del quinto quarto troppo spesso disprezzato nella cucina moderna.
Ingredienti per 4 persone:
  • 500 grammi di lampredotto
  • 4 fette di mortadella
  • 200 grammi di scamorza molto fresca
  • 4 carciofi
  • passato di pomodoro
  • farina
  • olio extravergine
  • 2 spicchi aglio
  • 2 foglie salvia
  • 1 rametto ramerino [rosmarino]
  • 2-3 cucchiai prezzemolo tritato [per guarnire]
  • sale
  •  pepe nero
  • brodo vegetale
Preparazione:
  1. Per fare bene questa ricetta occorre scegliere un pezzo di lampredotto più regolare possibile, da cui ricavare otto fette di simili dimensioni.
  2. Con il batticarne schiacciare le fette di lampredotto cercando di renderle tutte dello stesso spessore, facendo attenzione a non romperle.
  3. Saltare i carciofi puliti e fatti a fettine molto sottili in una padella con un filo d'olio ed uno spicchio d'aglio schiacciato, non cuocerli troppo ma saltarli appena quel tanto che basta da levargli il "crudo", lasciandoli comunque croccanti. Salate e pepate e lasciate intiepidire.
  4. Disporre su ogni fetta di lampredotto una mezza fetta di mortadella e delle fettini sottili di scamorza, poi aggiungere una cucchiaiata di carciofi.
  5. Formate ora gli involtini con ciascuna fetta, fermandoli con degli stuzzicadenti. Fate attenzione a chiuderli bene perchè il formaggio poi tenderà ad uscire altrimenti.
  6. Scaldate in una padella [potete riutilizzare quella in cui avete saltato i carciofi] un po' d'olio con un paio di spicchi d'aglio schiacciati [in camicia se preferite un gusto meno deciso], un paio di foglie di salvia ed un rametto di ramerino.
  7. Passare gli involtini uno per uno in un piatto con un po' di farina, e metteteli a rosolare nella padella a fuoco vivace, girandoli per farli prendere colore da tutti i lati.
  8. Aggiungete una mestolata di brodo vegetale bollente [mi raccomando, non fatelo con il dado!].
  9. Per fare un ottimo brodo vegetale bastano pochi minuti, si butta una carota, mezza cipolla e un gambo di sedano nell'acqua, magari insieme a una manciata di gambi di prezzemolo, e si fa bolire per un quarto d'ora, fate evaporare per qualche minuto e poi togliere gli involtini dalla padella e teneteli da parte.
  10. Aggiungere ora il passato di pomodoro in padella e fate sobbollire per 15-20 minuti a fuoco moderato, regolando di sale e pepe.
Firenze - Ponte vecchio [sull'Arno]

    
    Ponte vecchio ripreso da un lato
  • A questo punto aggiungete al sugo gli involtini, giusto per farli riscaldare, e servire con abbondante prezzemolo tritato molto caldi.
Firenze - Il Duomo


Nota:
  • Gastronomicamente il lampredotto a Firenze è un’istituzione, una leggenda presente quotidianamente per le strade della città sui “banchini dei trippai”, questi piccoli chioschi su quattro ruote, che sono i baluardi di una tradizione popolare conservata nel tempo sotto l’ombra di antichi palazzi e grandi opere d’arte.
  • Il lampredotto non è cibo da turisti: è cibo di strada. Racconta, cioè, della storia e della vita di un popolo, che per quelle strade è passato e in esse ha vissuto.
  • Viene servito dai trippai nel toscanissimo panino chiamato semelle con l’aggiunta, secondo il proprio gusto, di condimenti a scelta, che vanno dal semplice sale e pepe, alla classica salsa verde, fino ad arrivare all’olio piccante. Per ultima, vi aspetta la rituale domanda del trippaio fiorentino: lo vuole bagnato?
  • Rispondete di sì.
  • Tufferà così nel sugo del pentolone la calotta superiore del panino, che vi sarà così servito gustoso e gocciolante.
Storico trippaio in via Gioberti


Non solo trippai:

Trippai di un tempo




Trippaio di un tempo

Gli ultimi baluardi di questo cibo povero e popolano sono i “banchini dei trippai”, come li chiamano a Firenze.
Un tempo erano carretti di legno, dipinti con colori sgargianti, condotti a mano o appoggiati su tricicli a pedali.
Oggi sono piccoli chioschi su quattro ruote, tutti di acciaio, lindi e sterili, ma con ancora intatto il loro fascino gitano.
Portano in giro per Firenze il pesante carico di trippe e di storia.
In bella mostra, a un lato del banco, in mezzo a verdure fresche, limoni e insalata, i venditori offrono la loro mercanzia: lampredotto, trippa e poppa [la mammella del bovino] già bolliti e pronti per essere cucinati dalle massaie tra le mura domestiche, in una miriade di ricette.
Sull’altro lato del banco bollono due pentole piene di brodo, nelle quali cuociono, insieme a pomodori, carote, prezzemolo, cipolla e patate, grandi pezzi di lampredotto, destinati a una fine gloriosa: farcitura succulenta in mezzo a panini croccanti. 

Trippai come superstar:

Panino con lampredotto





Panino con lampredotto

Gli ultimi araldi di questa tradizione culinaria fiorentina hanno nomi conosciuti in città, sono famosi e più amati di Michelangiolo Buonarroti, fedeli ai colori e alla tradizione gastronomica della città gigliata. Miro Pinzauti, Fulvio Laporta, Orazio Nencioni, Fabrizio Giannelli, Andrea Zinci non sono solo “trippai”; non si limitano a preparare superbi panini con il lampredotto, ma rappresentano l’ultimo anello della tradizione popolare fiorentina.
Miro Pinzauti, Fulvio Laporta, Orazio Nencioni, Fabrizio Giannelli, Andrea Zinci non sono solo “trippai”; non si limitano a preparare superbi panini con il lampredotto, ma rappresentano l’ultimo anello della tradizione popolare fiorentina.
Il loro panino è un rito, è uno slow-food fatto di sapori, di chiacchiere, di pause e di commenti, di buoni e sani bicchieri di Chianti.
Il panino va mangiato sul posto, tra i discorsi degli avventori, in mezzo alle battute salaci e pungenti, tra la raffinata atmosfera rinascimentale e la semplice voglia di discutere su ogni argomento: il calcio, la politica, il tempo.

Firenze - Mercato Centrale

Firenze - Mercato centrale
Il mercato centrale di Firenze è situato in centro, tra via dell'Ariento e Piazza del Mercato Centrale.
Si trova all'interno di una grande struttura liberty in ferro e vetro costruito nel 1870.
Nelle vie che costeggiano le struttura vi è un mercatino permanente di bancarelle che vendono artigianato, magliette, bigiotteria, borse in pelle e tanti altri articoli.
Un'altra particolarità è la valorizzazione delle frattaglie: ci sono almeno 4-5 "tripperie" che vendono qualunque taglio del quinto quarto del bovino: dalle mammelle [le "poppe"] alla matrice [l'utero], passando per il pene e i testicoli del toro, la trippa, il lampredotto [il quarto stomaco del bovino].
Un simpatico trippaio mi dà una dimostrazione del mitico [forse un po' macabro] "sense of humor toscano" consigliando il "misto Pacciani", e potete immaginare quali siano gli ingredienti.

Il cinghiale al di fuori del Mercato Centrale, Firenze